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Anchise Picchi

 

 

Anchise Picchi: un maestro del '900  

di Francesca Cagianelli

(...) Ecco che in La Chiesa  di Corea a Livorno (1979) si afferma in termini definitivi quella fisionomia di artista intento a cimentarsi col vero, sempre però con il supporto di un'inesauribile capacità visionaria che si dipana secondo percorsi sentimentali del tutto autonomi, visto che egli si attenta in quest'opera a cogliere il dramma di un'esistenza votata al travaglio e alle difficoltà, come si evince da quella piccola figura femminile trascinata dalla bufera, insieme con il suo bambino, di fronte alla chiesa cittadina - una delle solite figure 'senza volto' dipinte cosi frequentemente dall'artista sull'onda del ricordo dei manichini di Annigoni - che nella positura di schiena nega ogni possibilità di colloquio con l'osservatore, assurgendo a simbolo di un'umanità travolta da un destino di solitudine, dove tuttavia si erge il baluardo di una presenza ineludibile, quello della fede divina che si sprigiona dal profilo monumentale della chiesa investita da una luce talmente prorompente da vincere l'oscurità dell'aria tempestosa: un monito dell' artista a non smarrire la speranza di una dimensione ultraterrena, ma anche e soprattutto, in termini pittorici, un'estrema professione di fede nei confronti della primarietà della luce nella genesi dell' opera d'arte.

(...) Picchi si pone rispettosamente davanti al dramma esistenziale dei suoi personaggi, cosicché, oltre ad astenersi dalla rappresentazione frontale delle figure tratteggiate nelle sue vedute, anche laddove s'impegna nell'ardua impresa del ritratto preferisce avvalersi quasi sempre dello schermo di uno strumento senz'altro più obiettivo del suo sguardo, ovvero la fotografia: è il caso di "Ritratto femminile" ("Il medaglione" - 1964), realizzato addirittura sulla scorta di un dagherrotipo; e di quest'ultimo l'immagine femminile trattiene tutto il fascino della lontananza, anche se il nitore disegnativo con cui vengono caratterizzati sia il volto che gli accessori giunge a restituire perfettamente il fascino tutto attuale della protagonista del ritratto...

     F. C.

     (Da: "Anchise Picchi - Un percorso nel Novecento da Natali a Annigoni")

 


 

Due domande al maestro Picchi:

Oggi l'Arte sembra non avere più spa­zio nei mezzi di comunicazione di mas­sa. Ma la realtà è forse differente: qual è il suo pensiero a proposito?

La potenza e la flessibilità dei mezzi di comunicazione di massa potrebbero ren­derli strumenti efficacissimi per la diffusione della cultura e dell' Arte, strumenti, se non altro, funzionali al mantenimento e al rispetto di un patrimonio di storia e di cultura unico al mondo. Purtroppo l'uso che se ne fa è sotto gli occhi di tutti. Rare e scadenti sono le eccezioni. Credo che siano scelte di carattere politico. Abbiamo una storia unica e irripetibile, il maggiore e più valido patrimonio storico-artistico del globo, e ne sanno più gli stranieri di noi. Nelle nostre città respiriamo arte in continuazione, la incontriamo ad' ogni angolo ed in ogni via. Solo pochi se ne accorgono. I più non ne sanno neppur misurare, all'ingrosso, il valore. Gli splendidi marmi del Duomo di Pisa, a due passi da casa mia, sono coperti di scritte d'ogni genere! E' una responsabilità a carattere essenzialmente politico. Spesso a carattere locale. Il pericolo è che i mezzi di informazione finiscano per disinteressarsi completamente di tutto ciò che non sia finalizzato al "consumismo di massa", al profitto e all'immediato tornaconto. Penso che, invece, un uso più intelligente ed accorto dei mezzi di comunicazione verso un'educazione più diffusa e più profonda all' Arte, sarebbe un sicuro investimento per una società più adulta, più libera, più consapevole.

Quale pensa che sia il fine ultimo dell'Arte?

Come io la vivo, la creazione artistica è quasi un bisogno fisiologico. Per l'artista essa non ha principio e scopo. E' solo pura necessità, appagamento, spesso ansia. Ma l'Arte, intesa in senso più vasto, non personalistico, è produttrice di civiltà; in un processo di osmosi che le trova strettamente avvinte. Il compimento di un'opera è, per l'artefice, il momento del completamento, dell'acquetamento della pulsione, della realizzazione materiale di un progetto, di un'idea; anche della fine di uno stato d'ansia, se vogliamo. Da quel momento l'opera comincia a vivere di vita propria. L'artista quasi la disconosce, la rigetta, ne rimane esterno. Ora essa è patrimonio di tutti, è testimonianza, è parte di ognuno che, godendola, vi si conosce. Quale il suo fine ultimo? E' una domanda impossibile e fondamentale. Forse quello di sconfiggere la mera razionalità? Per penetrare il mondo del sogno e della poesia? Non lo sappiamo né lo sapremo mai. Sappiamo solo che un popolo senz'arte è senza storia; è un popolo che non è mai nato, né credo sia mai esistito veramente. L'arte nasce dal mito. E' mito essa stessa. Parlandoci da sempre, dagli strati meno noti dell' animo umano, come dalle oscure profondità delle grotte preistoriche dipinte, essa è lì, apparentemente senza un preciso scopo (ma qual'è, se c'è addirittura, l'utilità dell'universo?), a rendere più libera la nostra debole condizione di umani. Non saprei cos'altro dire e non so se ho risposto alla sua domanda.

       (Da un'intervista rilasciata al dotto Stefano Colonna, direttore del BTA - Università di Roma - Aprile 1996.)

 

 

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