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Marco Vagheggini

I tre sogni

Ibiskos di A. Ulivieri

L’autore stesso nella presentazione al lettore, dichiara di voler vivere nel mondo dei sogni verso cui vertono la sua immaginazione e la sua sensibilità. “Quando apri il libro – dice infatti – immagina di avere davanti a te alcuni bicchieri di vino buono, uno diverso dall’altro. Scegli quello che più ti attira per colore, profumo e poi con calma gustane un altro senza fretta, perché gli aromi come i sogni per essere apprezzati hanno bisogno del loro tempo”. E allora accingiamoci ad assaporare i tre momenti del suo libro: favole, poesie, racconti che come tre bicchieri di vino buono ci stanno davanti. Siccome poi il mondo dell’immaginario è senz’altro quello che maggiormente attira una mente ancora vergine di malizia, scegliamo la favola. Perché? Perché nella fiaba sono contenuti, come opere destinate all’infanzia, mito e sentimento e quel po’ di morale che non guasta e se c’è, è bene sia riconoscibile, anche se non deve essere l’unico motivo per cui ci occupiamo di un testo letterario. Nella fiaba “Lacrime di luna”, per esempio, sono racchiusi tutti gli elementi validi per rendere la lettura piacevole e accattivante: Estro, concisione, leggerezza di lessico, stile, sapore, colore e proprio come in un buon bicchiere di vino sono miscelati bene. Di qui a intendere le finalità dell’autore il passo è breve: sognare per vivere è senz’altro il primo obiettivo. La piccola storia della coccinella in “Lacrime di luna” cui mancano le sette macchioline sul dorso per essere uguale alle altre, che sacrifica la sua avvenenza per regalare invece un’ala alla farfalla, condannata in altro modo all’immobilità, di per sé parrebbe solo una semplice e simpatica storiella, un divertissement, in realtà la piccola morale esce fuori senza peraltro imporsi come sentenza. Ma accanto alla fiaba nata per essere gustata come tale, c’è la fiaba vera che graffia dentro e apre a innumerevoli interrogativi, vere e proprie voragini dove la mente si sperde. Nel racconto “I bambini del sette novembre”, infatti, la morale riposa nello spirito di sacrificio e nel senso di altruismo di un pilota coraggioso che porta il suo jet in avaria lontano da una piccola scuola dove alcuni bambini stanno imparando a leggere, sacrificando la sua vita per salvarne tante altre. Continuando il viaggio attraverso i tre sogni dell’autore ci colpisce nel racconto “Fuori dal mondo” il suo senso di disobbedienza al tema per usare un’espressione di Bigongiari. Di fronte a ciò che la società offre, e questo non vuole dire sconfessare il proprio tempo ma semplicemente stare nel sistema senza accettarne il gioco, il protagonista, sconfitta la dipendenza dai mezzi elettronici, ritorna al gusto del libro, paradiso dei cinque sensi, in un’aperta denuncia della nostra società teledipendente incapace di leggere, pensare e sognare. Scorrendo i suoi sogni si giunge poi al più grande e indiscusso cui l’umanità da sempre aspira: la poesia. E noi crediamo che di tali sogni anche se soliti e banali forse, l’umanità abbia bisogno, et eadem sunt omnia semper ribadiva Lucrezio. Così l’autore vola in alto e non presta attenzione, né crede a chi gli dice di stare con i piedi in terra. Ma la vita è anche infermità, differenza, anomalia, e l’autore lo descrive con lucidità nel racconto “Con gli occhi di un bambino”. Tuttavia è nello splendido racconto “I tre sogni “ che nel titolo ripropone il progetto dell’opera, dove riposa il pensiero dell’autore. Il bambino ebreo che gioca con la neve dei campi di sterminio, leggero di una fede bambina, matura i suoi sogni, li tiene desti e li mantiene in vita finché ci sarà anche un solo uomo capace di raccoglierli. Idea, oggetto, immagine, crediamo che questi tre elementi siano ben miscelati nell’opera prima di Marco Vagheggini che con fermezza costringe il lettore a bere dai suoi bicchieri, a fermarsi un attimo, scavare e cercare i motivi, le ragioni, il senso del suo linguaggio scarno che offre proprio per la sua nudità appigli sempre più arditi al pensiero.

Giuliana Matthieu

 

È un romanzo storico che ricostruisce in modo minuzioso, a quattro mani, la grandezza della filosofa neoplatonica della prima donna scienziato della storia che conosciamo, Ipazia, simbolo del libero pensiero e della ricerca contro ogni dogmatismo.Vera la storia della grande docente del Museo, figlia del matematico Teone, e della sua tragedia: venne massacrata da quel “santo” vescovo che fu Cirillo, patriarca di Alessandria in nome dell’intolleranza, del fanatismo e dell’odio perché, lo si sa, la ricerca scardina le pretese metafisiche di qualsiasi credo precostituito, dogmatico. Inoltre era donna: altro scandalo, essendo considerato tal genere, l’essere donna, mezzo di tentazione e di perdizione come tanta patristica pensava fermamente (non dimentichiamo che già Origene, seguendo alla lettera il vangelo di Matteo, si evirò per poi pentirsene, ma ciò è altra storia). In fondo gli ebrei non usano ancora, gli ortodossi, la nota preghiera«grazie, Adonai, di non avermi fatto nascere donna»? E il Cristianesimo non è nato in seno al Giudaismo anche se Gesù, dalle testimonianze evangeliche, non teme la contaminatio della donna? Famosa per la morigeratezza dei costumi, Ipazia, scegliendo anche la verginità, non disdegnò di portare il sapere fuori dal Museo, con il noto mantello dei filosofi – il tribo – il sapere a chi avesse voluto ascoltarla, raccogliendo la stima di molte personalità e del suo sempre più numeroso pubblico. Con il vescovo Sinesio, suo allievo, ebbe un epistolario che denota la stima crescente del vescovo verso la nostra eroina, perché di tale si tratta.Il notevole ascendente sulle autorità e della stima di cui godette non possono esser messe in dubbio visto che ce lo ricordano fonti come il Suda, Socrate di Costantinopoli, Historia ecclesiastica, Damascio, nonché il ricco materiale raccolto dai due acuti Autori prima della stesura del loro libro. Damascio ci testimonia che le autorità la interpellavano per prima sui problemi di Alessandria. E il prefetto augustale Oreste a lei si rivolgeva prima di ogni decisione. Forse questa la causa del suo tremendo supplizio ordinato da quel santo vescovo Cirillo?Il potere che si sentiva lui sottrarre dalla disinteressata Ipazia? Oppure il fondamentalismo, come ci ricorda l’astronoma Hack nella sua lineare ma pungente prefazione? Certo Cirillo era un uomo avvezzo a certe pratiche come la persecuzione degli ebrei e la distruzione dei loro templi, al di là della sua santificazione ma è altro discorso… Ipazia forse si sarebbe potuta salvare se avesse abiurato il suo spirito critico, la libera ricerca, convertendosi, come si sarebbero potuti salvare Bruno, Galilei, Campanella… Padre Malebranche, un filosofo cattolico, definiva il grande Spinoza con la sua libertas philosophandi:«sordidus et lutulentus atheus», ma tale” lurido” ateo preferì restare tornitore di lenti ma libero anziché abbandonare il libero spirito critico, non accettando l’ebraismo ed alcuna religione nonché l’incarico universitario che gli fu proposto. Lo spirito critico e la libertà di scelta contro la reazione, contro i fondamentalismi, contro i dogmi di ciascun genere, per la libera ricerca e la scienza hanno subito e forse, subiranno ancora, anche se i tempi son mutati ma, leggendo la nota della Hack, qualcuno-bisogna ricordare – è sempre “più realista del re”. Un libro nuovo questo in quanto i due Autori”catturati dai cieli alti di Ipazia”, da un lato propongono la ricostruzione della vita della martire del libero pensiero, dall’altro la visione, in senso lato, filosofica, umana, scientifica e politica di Ipazia, di belle fattezze anche fisiche.Un libro umanissimo e vero contro ogni autoritarismo, contro ogni bieco fanatismo che son lungi, purtroppo, da morire. Di notevole effetto la scrittura dei nostri due Autori che colgono l’intima psicologia e i sogni della martire del pensiero, dello spirito critico ed indagatore.

Enrico Marco Cipollini

Adriano Petta &Antonino Colavito

Ipazia, scienziata alessandrina

prefazione di Margherita Hack

Lampi di Stampa

Milano, 2005

 

 

 

 

Giugno 2006

Dicembre 2006